IL GIOCO COME SPAZIO DI TRANSIZIONE: DOVE IL SÉ SI COSTRUISCE E SI RIORGANIZZA

IL GIOCO COME SPAZIO DI TRANSIZIONE: DOVE IL SÉ SI COSTRUISCE E SI RIORGANIZZA

C’è un luogo che non è né dentro né fuori di noi.

Quando parliamo di gioco, di solito pensiamo a un’attività: un fare.
Un gesto spontaneo, un momento di svago, qualcosa che “si aggiunge” alla vita seria.

Per Donald W. Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico, il gioco è prima di tutto un luogo.
Un’area psichica specifica in cui diventiamo capaci di stare al mondo. Non un dettaglio marginale dello sviluppo, ma una condizione ontologica: qualcosa che riguarda il modo stesso in cui esistiamo.

In questo articolo voglio esplorare quello che Winnicott chiama spazio di transizione, usando anche la rilettura che ne fa Henry Sussman in Playful Intelligence (2014).

Winnicott ci invita a immaginare uno spazio che non appartiene del tutto alla fantasia, ma non è ancora la realtà così come la conosciamo. È una terra di mezzo, un luogo sospeso dove qualcosa di nuovo può nascere.

Scrive che esiste:

“un’area […] concessa all’infante tra la creatività primaria e la percezione oggettiva basata sul reality-testing”
(Winnicott, Playing and Reality, 1971, p. 11; in Sussman, Playful Intelligence, 2014, p. 214)

Questa area intermedia è ciò che chiamiamo spazio di transizione:

  • non è solo “nella testa” del bambino;

  • non è ancora il mondo esterno così come verrà riconosciuto in seguito;

  • è un corridoio psichico, un piccolo ponte, dove interno ed esterno possono incontrarsi senza annullarsi.

È qui che nascono i cosiddetti oggetti e fenomeni transizionali: la copertina, il peluche, i piccoli rituali che accompagnano il bambino e lo aiutano a sentirsi intero.
Attraverso questi oggetti, il bambino compie un gesto essenziale: comincia a dialogare con il mondo, a toccare il fuori senza smarrire il proprio dentro.

Winnicott collega questo spazio all’uso dell’illusione:

i fenomeni transizionali rappresentano i primi stadi dell’uso dell’illusione, senza la quale non c’è significato, per l’essere umano, nell’idea di una relazione con un oggetto percepito come esterno.

L’illusione, qui, non è inganno: è una zona cuscinetto, un respiro che permette all’incontro con la realtà di non essere troppo brusco. Il gioco, in questo senso, diventa la porta d’ingresso al mondo condiviso, il modo più naturale e profondo che abbiamo per imparare a stare in relazione.

Lo spazio di transizione non finisce con l’infanzia

Potremmo pensare che questo spazio “di mezzo” riguardi solo i primi anni di vita. È qui che il contributo di Sussman diventa prezioso. In Playful Intelligence, nel capitolo dedicato a Winnicott, Sussman mostra come la zona di transizione non sia soltanto un fenomeno infantile, ma una condizione che accompagna tutta la vita adulta.

Riprendendo Winnicott, sottolinea che questa zona:

è “decisiva per le vicissitudini della vita adulta, che si tratti di vite produttive e creative o, al contrario, stentate”

Cosa vuol dire, in pratica?

  • se lo spazio di transizione è stato sostenuto – attraverso esperienze di affidabilità, continuità, rispecchiamento – l’adulto avrà una maggiore elasticità interna: potrà immaginare alternative, tollerare l’incertezza, restare in relazione senza irrigidirsi;

  • se questo spazio è stato leso o troppo ristretto, la vita adulta tenderà a irrigidirsi: poca capacità di sperimentare, paura del cambiamento, difficoltà a dialogare con ciò che non si controlla.

Winnicott insiste sul fatto che questo spazio non è un “talento” innato, ma qualcosa che nasce da esperienze vissute:

la sua esistenza dipende da “living experiences, not inherited tendencies”

Per chi si occupa di gioco e trasformazione, questo è un punto cruciale:
il gioco non è un extra opzionale, ma il luogo in cui si struttura o si blocca la nostra capacità adulta di possibilità.

Giocare come condizione per scoprire il sé

Uno dei passaggi più celebri di Winnicott è questo:

“È nel giocare, e solo nel giocare, che l’individuo — bambino o adulto — è in grado di essere creativo e di usare l’intera personalità, e solo nell’essere creativo l’individuo scopre il sé.”

Qui Winnicott lega tre elementi:

  • Giocare
  • Creatività
  • Scoperta del sé

In altre parole:

  • non c’è sé vivo senza creatività
  • non c’è creatività senza uno spazio in cui sia possibile giocare
  • lo spazio di transizione è proprio quell’area in cui possiamo iniziare a dare forma alla nostra esistenza

Sussman, leggendo Winnicott, parla di potential space come di un teatro in cui possono riemergere e ricollegarsi parti di noi “scisse” o tenute in ombra. Il lavoro terapeutico – ma possiamo dire anche il lavoro formativo – ha la funzione di riattivare questo spazio, renderlo di nuovo praticabile, permettere alla persona di diventare, come scrive Sussman,  “better wired”, meglio connessi con noi stessi e con il nostro ambiente.

Lo spazio di transizione come competenza professionale del Play Coach

Se prendiamo sul serio Winnicott e Sussman, il lavoro di chi si occupa di gioco con gli adulti — in ambito formativo, educativo, organizzativo — cambia profondamente di significato.

Un Play Coach non è qualcuno che propone semplicemente “attività divertenti”.
È qualcuno che lavora, consapevolmente, sulla qualità dello spazio di transizione che si attiva nel setting.

Questo implica almeno tre livelli:

  1. Setting come potential space
    Il contesto (fisico, relazionale, simbolico) deve essere sufficientemente sicuro da permettere a chi partecipa di esporsi un po’, di sospendere per un attimo i ruoli abituali, di esplorare nuove configurazioni di sé senza sentirsi minacciato.

  2. Giochi come dispositivi transizionali
    Le pratiche ludiche non sono solo “strumenti didattici”, ma oggetti transizionali adulti: catalizzano un rapporto diverso tra interno ed esterno. Permettono di mettere in scena ipotesi, posture, narrative che non potrebbero emergere nella comunicazione puramente concettuale.

  3. Processo come riorganizzazione del sé in rapporto al sistema
    In un buon lavoro di play coaching, la persona non “impara solo una tecnica”, ma sperimenta micro-trasformazioni: nelle proprie mappe, nelle proprie risposte abituali, nel modo di percepire i vincoli del contesto.

In questo senso, potremmo dire che il Play Coach riapre lo spazio in cui giocare torna possibile, in modo significativo, per adulti spesso molto lontani da questo luogo.

Gioco, realtà e dialogo con i sistemi

Se leggiamo Winnicott con sguardo sistemico, lo spazio di transizione diventa qualcosa di più di un concetto clinico.

È un ambiente di prova, in cui possiamo sperimentare forme di relazione con il mondo senza subirlo né negarlo; un luogo di negoziazione, dove interno (desideri, paure, identità) ed esterno (ruoli, istituzioni, culture) possono parlarsi, un campo di possibilità, in cui le configurazioni esistenti non sono abolite, ma messe in gioco.

Nella pratica professionale, questo significa che: il gioco può diventare un modo di dialogare con i sistemi invece di reagire solo in modalità difensiva. La formazione ludica non mira soltanto a “rendere l’aula più leggera”, ma a creare condizioni in cui chi partecipa possa ripensare il proprio posto all’interno del sistema.

Per chi si occupa di scienza del gioco, riconoscere il valore dello spazio di transizione significa andare oltre l’idea di gioco come strumento motivazionale o intrattenimento. Significa considerarlo come una architettura del possibile: il luogo in cui diventiamo capaci di muoverci tra interno ed esterno senza perdere contatto né con noi stessi né con la realtà.

custodire lo spazio in cui qualcosa di diverso può accadere

Lo spazio di transizione è uno dei concetti più affascinanti e fecondi del pensiero di Winnicott. Grazie alla lettura di Sussman, possiamo portarlo fuori dalla stanza d’analisi e riconoscerlo nei contesti educativi, formativi, organizzativi. Per chi lavora con il gioco – come Play Coach, formatore, terapeuta – la domanda diventa allora molto concreta:

Che tipo di spazio sto creando?
Sto offrendo solo attività, o sto custodendo una zona di mezzo in cui il sé può davvero riorganizzarsi?

Perché è lì, in quello spazio sospeso tra interno ed esterno, tra ciò che è e ciò che potrebbe essere,
che il gioco smette di essere un passatempo e torna a essere ciò che è sempre stato:
una forma seria di incontro con la realtà.